TITANIC. Come Renzi ha affondato la Sinistra di Chiara Geloni

“... la generosità dei passi avanti”

Ho capito di dover raccontare questa storia il 4 luglio 2018, giorno in cui Enrico Mentana pubblica su facebook questo post: “Se mai davvero il Centrosinistra comincerà a domandarsi perché ha perso tutto e non ha capito nulla di quello che stava per succedere in Italia e in Europa, sarebbe utile perdere solo un minuto per ascoltare le parole lasciate al vento dal meno smart dei suoi capi storici, alla direzione pd del febbraio 2017”. Segue link al video dell’ultimo intervento di Bersani in direzione nazionale del pd, il 13 febbraio 2017, alla vigilia della scissione. «Arrivati a questo tornante» dice in quel discorso Bersani «troviamo qualcosa che ci tenga assieme, che ci faccia dire “ok la pensiamo tutti così”. Possiamo essere d’accordo o no che questo ripiegamento della globalizzazione in tutto il mondo sta facendo affacciare una nuova Destra che non è quella che abbiamo in mente, quella liberista; è una Destra sovranista, identitaria, protezionista? Una Destra che se non togliamo noi i voucher li toglie lei, e poi mi dite come facciamo ad agganciare i giovani per i prossimi quindici anni. Un campo di idee che sta entrando nel senso comune. Anche a casa nostra, se giriamo nei bar e nei supermercati. Cioè, sta producendo egemonia». In quella riunione1, il pd prende la rincorsa verso il suo congresso “cotto e mangiato” per rilegittimare Renzi dopo la sconfitta del referendum costituzionale del 4 dicembre; la minoranza bersaniana non ci sta: tutto sarà compiuto prima della fine di febbraio, con la nascita dei nuovi gruppi parlamentari di Articolo Uno.

In quel luglio 2018, tutto è ormai finito. Salvini e Di Maio sono i dioscuri del governo Conte, la Sinistra è al suo minimo storico, all’anno zero, dice qualcuno.

Su «Repubblica» quella mattina è uscito un lungo intervento che rompe il silenzio di Bersani2, chiede una vera ripartenza paragonabile – nel metodo – al movimento che diede vita, dopo la vittoria di Berlusconi nel 1994, alla vicenda dell’Ulivo e poi del pd, promette “la generosità dei passi indietro” e chiede ad altri “la generosità dei passi avanti”. Quel giorno Bersani vede il post di Mentana e si riascolta dire al suo ex partito che bisogna trovare qualcosa su cui non dividersi, perché nel ripiegamento della globalizzazione si affaccia una nuova Destra “sovranista, identitaria e protezionista” che “sta entrando nel senso comune e sviluppando egemonia”. Bersani scrive a Mentana un sms: «Si resiste alla tentazione di direporca puttana, ve l’avevo dettonella speranza che un professionista si ricordi di ciò che è stato detto e lo racconti. Grazie». Risponde a razzo Mentana: «E di che? Mi è tornato in mente, l’ho cercato e l’ho pubblicato». Sono testimone di questo scambio. Penso che forse è arrivato il momento.

«La storia la racconta sempre chi ha preso appunti», mi ha detto una volta Bersani scherzando sul suo dimenticare tutti i dettagli, a cui a volte cerco di porre rimedio sfidando il mio pigro disordine. Anch’io perdo tutto e dimentico, salvo le cose che mi fanno più arrabbiare. Ma almeno c’è internet, e lì c’è ancora tutto, a volerlo cercare. E poi ci siamo noi, che l’abbiamo vissuta, e possiamo aiutarci a ritrovarla. Questa storia non è ancora mai stata raccontata: è la storia di com’è finito il pd, di come ha perso metà dei suoi fondatori3, sei milioni dei suoi elettori, la sua identità e la sua anima, andando a schiantarsi contro l’iceberg del 4 dicembre 2016 e del 4 marzo 2018. I suoi protagonisti, gli “scissionisti”, già fin troppo accusati di essere mossi da rancori personali e spirito di rivalsa, hanno temuto di inchiodarsi alla narrazione della rottura, e hanno smesso il prima possibile di parlarne. In questi mesi, ormai anni, abbiamo sempre respinto l’idea di raccontare la storia come l’abbiamo vissuta noi. Si è anche teorizzato che “meno parliamo del pd e meglio è”: che forse era anche vero, dentro una campagna elettorale. Non abbiamo replicato se non debolmente e una volta ogni tanto a chi ha continuato a chiamarci “scappati di casa”, gente che “voleva distruggere il pd”, “traditori”, a raccontare di un “fuoco amico” che spiegherebbe i fallimenti di chi voleva guidare un partito con il lanciafiamme. Però a un certo punto, tra le macerie della sconfitta di tutti, a maggior ragione dopo che le primarie hanno dato a Nicola Zingaretti un mandato forte per provare a voltare pagina, è urgente ritrovare un filo che non so come chiamare se non: di verità.

Questa storia comincia dove si era interrotta l’altra, quella di Giorni bugiardi, il libro mio e di Stefano Di Traglia sui fatti del 2013: le primarie, le elezioni, il rifiuto di Bersani di fare un governo con Berlusconi, il tradimento dei 101, la rielezione di Napolitano. Qualche mese dopo l’uscita di quel libro, in un altro febbraio – quello del 2014 – sono con Stefano a Piacenza, seduti sul divano di casa Bersani. Dopo l’intervento chirurgico e una breve visita in ospedale, è arrivata da Zoia Veronesi, anche in quei giorni, come sempre, detentrice esclusiva dell’agenda degli impegni dell’ex segretario, l’autorizzazione ad andare a trovarlo. Lo troviamo dimagrito e con un cerotto in testa, ma in condizioni eccellenti: è incazzato nero. Sul suo iPad ha appena finito di seguire in streaming la relazione di Renzi che seppellisce il governo Letta in direzione pd4. Il dibattito non lo segue, dichiara di averne abbastanza e preferisce chiacchierare con noi. Riceve qualche messaggino da Roma ma lo legge svogliato. Ci mettiamo poco a capire cosa pensa e cosa direbbe e farebbe se non fosse forzatamente lontano. Gli dico sottovoce: «Bersani, questa cosa è come quella dei 101». Lui mi fa sì con la testa. Gli chiedo: «Posso scriverlo?» Fa ancora di sì. Il giorno dopo mando un pezzo a Lucia Annunziata5 che lo pubblica sull’«Huffington Post». Si intitola I Giorni bugiardi continuano. Lo scrivo «per amore del Partito democratico e per fiducia nel suo futuro» dico nella prima riga. Parole al vento, appunto.

E insomma adesso che ci siamo detti come sta finendo e com’è iniziata, credo che sia arrivato il momento di salvare dal vento un po’ delle nostre parole, di recuperarle mentre tornano a galla come le note dell’orchestra di un grande transatlantico affondato. Di rimettere un po’ d’ordine in questa storia, prima che ce la dimentichiamo tutti, o forse per poter cominciare a dimenticarla.