ELITES E POPULISMO LA DEMOCRAZIA NEL MONDO DELLA VITA di Vincenzo Costa

modelli politici ed elettorali importati  da altri paesi

Elites e populismo. La democrazia nel mondo della vita di Vincenzo Costa sostiene  una  tesi  fondamentale:  il  populismo  è  la  reazione,  malata,  a  una chiusura  delle élite  e  al blocco  della circolazione del senso tra mondo della   vita   quotidiana   e   sfera   politica. Pertanto,  il  populismo  potrà  essere superato  solo  nella  misura  in  cui  si riaprirà   la   circolazione   delle   élite, che non è solo mobilità sociale e politica  di  persone,  ma  una  circolazione attraverso cui esigenze, modi di sentire,  desideri  e  aspirazioni  del  mondo della  vita  possono giungere  a  rappresentarsi  nella  sfera pubblica  e  istituzionale.

Senza   questa   circolazione,   i   senza potere  avvertono  la  democrazia  come qualcosa  a  cui  non  hanno  accesso,  la esperiscono  come  una  possibilità  che non  può  essere  agita,  come  qualcosa che non rappresenta un’effettiva possibilità di  azione per la loro  vita e, dunque,  come  una  democrazia  inutile  o una  democrazia  degli  altri. In  questo  senso,  secondo  Costa,  il malfunzionamento  e  la  crisi  della  democrazia  non  potranno  essere  risolti attraverso una sorta  di ingegneria istituzionale,   dunque   introducendo   nel nostro paese modelli politici ed elettorali importati  da altri paesi e  da altri contesti  di  senso,  ma  dalla  riapertura dello  scambio  comunicativo  tra  mondo della  vita  e  sfera  istituzionale.

Il  populismo viene  dunque interpretato  come una  reazione  a questa  chiusura   oligarchica,   che   è   innanzitutto una  chiusura  culturale attraverso  cui  i ceti intellettuali e politici si trincerano dietro  una supposta  superiorità morale,  intellettuale  e  culturale.  Ci  troviamo di fronte a una situazione esplosiva, in cui un’élite priva di capacità di egemonia culturale e strumenti interpretativi capaci di cogliere le dinamiche del mondo  della vita  ha tuttavia  un potere immenso,  per cui  emerge una  enorme crisi   di   legittimazione  che   coinvolge non soltanto le élite ma le stesse strutture  istituzionali.

L’autore cerca di indicare quali sono a suo parere le ragioni della crisi della democrazia e perché essa è stata esperita come  qualcosa di inutile  da parte delle classi popolari. Si è perso di vista il nesso logico fondamentale tra giustizia e democrazia: la democrazia ha senso  in  quanto  rende  possibile  la  giustizia,  cioè  una  concezione  universalistica  del diritto,  inclusiva di  tutti. La  democrazia     ha     cioè     un     potenziale sovversivo,  poiché  attraverso  di  essa possono  essere  modificati  distribuzione   della   ricchezza:   può   assurgere   a classe  dirigente  un  ceto  politico  che viene  dal  basso,  rompendo  la  chiusura delle  élite.

L’analisi  dell’Autore,  almeno  in  parte, quella relativa alla dimensione istituzionale, incontra una particolare elaborazione  contemporanea della  classica teoria della circolazione delle élite, quella neoistituzionalista americana di Daron Acemoglu e James Robinson. Gli autori americani, distinguendo tra istituzioni  estrattive  e  istituzioni  inclusive, rinviano alla “legge ferrea delle oligarchie” di  Robert  Michels. In  tal  caso,  la  rottura  della  legge ferrea avverrebbe sul piano istituzionale, operando per la realizzazione di istituzioni inclusive  che rendano difficile la vita prolungata alle istituzioni  estrattive,  mediante  il  circolo  virtuoso delle istituzioni inclusive, capaci  di  rompere  il  privilegio  oligopolistico,  minando  alla  radice  i  regimi neofeudali,    ricorrendo    alla    “legge ferrea   della   democrazia   competitiva”.