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Lavoro: INTERVISTA A PIETRO ICHINO

INTERVISTA A PIETRO ICHINO

«Le  pare  normale  spendere decine di miliardi  per  i  sussidi passivi,  e  non stanziare  un euro per le politiche attive?».

E i Navigator?

«Impreparati, senza alcuna organizzazione… quella non è una politica attiva! Soldi buttati.  Da  quattro  mesi  sono  a casa  a  far  nulla,  a  stipendio pieno e per di più con la ciliegina sulla torta».

Cioè?

« L’hanno  notato  in  pochi. Gli hanno dato anche i 600 euro.  Risultati  zero,  ma  stipendio pieno e in più il bonus previsto per i disoccupati».

Non  crede  alle  parole  del presidente  dell’Anpal  Mimmo Parisi?

«Come si fa a credere a uno che se ne sta più in Mississippi che in Italia e che per il funzionamento dell’Agenzia per più di un anno non ha fatto niente? » .

Pietro Ichino,  uno dei giuslavoristi italiani più noti, una vita  passata  sotto  scorta,  ha appena pubblicato  un saggio polemico L’intelligenza del lavoro (Rizzoli) che è la sua critica al sistema sociale italiano. Parte da una tesi che può sembrare provocatoria: «Sono i lavoratori che devono imparare a  scegliersi  il  datore  di  lavoro » .

Da che famiglia viene, professore?

«Discorso  lungo...  riassumiamo: mio padre, mia madre e i nonni materni erano avvocati. Avevano uno studio molto noto, a Milano, lo stesso dove  era stata  fondata la  Banca Commerciale  nel  1894».  Mio nonno  Carlo  ci  era  entrato praticante nel 1919, poi ne divenne contitolare».

Sua madre Francesca, donna,  laureata  e  avvocato  nel primo  dopoguerra:  una  mosca bianca.

«Mio padre, cresciuto negli ideali  del  fascismo, partì  per la guerra,  tornò “defascistizzato ” e deluso dopo due anni di  prigionia,  e  dopo  la  fuga vergognosa del Re».

Erano molto diversi.

«Uh!  Da  fidanzati,  lui  le scrisse  una lettera  in cui  sosteneva la superiorità dell’uomo sulla donna, le chiedeva di riconoscere  questo  principio » .

Non ci credo.

(Sorriso)  «Nemmeno  lei,  a dire il vero. Mia madre accettò, ma poi diventò la vera capofamiglia,  quella  che  prendeva tutte le decisioni importanti. Eh eh...».

Che  idee  politiche  aveva papà Ichino? «Votava  sinistra  democristiana alla Camera, dove si poteva scegliere con la preferenza, e partito socialista al Senato. I miei erano molto insoddisfatti dell’Italia degli anni Cinquanta,  sempre  a  caccia  di... profet i » .

Ne troveranno almeno uno: Don Milani.

«In  una  prima  vita,  lui  era stato  fidanzato  della  prima cugina  di  mia  madre.  I  miei divennero  grandi  sostenitori della scuola di Barbiana».

Il suo primo voto?

«Nel  1966  Psi  e  poi  Psiup. Quindi arriva l’onda del 1968 e cambia tutto».

Lei  entra  nel  sindacato  e nel PCI.

«Dal 1969 al 1979 lavoro nella  Cgil.  Che  poi mi  manda  in Parlamento. Avevo solo 29 anni. L’impressione maggiore fu far  parte  del  gruppo  parlamentare comunista. Arrivavo da una Cgil lombarda aperta e riformista.  Avevo  idee  poco ortodosse,  che  nel  Pci  non avevano vita facile».

Ad esempio?

«Già  allora  contestavo  il monopolio statale del collocamento.  Volevo  il  riconoscimento del part-time».

Era un altro mondo.

«Rompevo gli schemi. Pubblicai Il collocamento impossibile,  denunciando  un  ferrovecchio che era difeso con forza  da  Pci,  Psi  e  anche  Dc.  I collocatori  erano  quasi  tutti democristiani, della corrente di Donat Cattin».

Il  ministro  della  corrente Forze nuove.

«Il capo del loro sindacato, un certo Caponnetto, li aveva portati in dote a Forze nuove in cambio di un posto di rilievo al ministero del Lavoro».

Nessuna  parentela  con  il giudice?

«Zero.  Erano  quelli  che consentivano  di  aggirare  la graduatoria per le assunzioni. Dicevano al lavoratore: “Iscriviti alla lista come battilastra” oppure  “come  dattilografa con conoscenza del russo e fai chiedere questa qualifica dall’azienda”.

In molti luoghi c’era una tariffa per questo “servizio”: metà della prima busta paga » .

E quanto durò?

«Raccontai questi casi. Denunciai  per  peculato  un  dipendente pubblico disonesto mandandolo in galera».

Il Pci non la ricandidò?

(Risata) «Sì, ma a Sesto San Giovanni, dove le mie idee erano  molto  sgradite  ai  compagni. Così non venni rieletto e mi trovai senza lavoro».

Un disastro.

«Sì e no. Dedicai due anni a scrivere un libro Il tempo della prestazione nel rapporto di lavoro e grazie a quello vinsi la cattedra di diritto del Lavoro. Era il 1986. Cinque anni a Cagliari. Nel 1991 mi chiamarono  alla  Statale  di  Milano, Scienze politiche».

La sua vita cambia quando viene ucciso Marco Biagi il 19 marzo 2002.

«Da allora sono sotto scorta. Ma erano stati peggio i tre anni precedenti, dopo l’assassinio di Massimo D’Antona».

Sotto scorta ancora oggi?

«Ho  chiesto  quattro  volte che me la togliessero. La prima volta nel 2006. Un giorno a novembre il prefetto Lombardi mi parlò in privato:

“Ichino, non  possiamo:  stanno  organizzando un attentato contro di lei”».

Ed era vero.

«Mi mostrò delle foto: riconobbi  due  studenti.  Amarilli Caprio e Davide Bortolato, venuti  da  Padova  proprio  per questo attentato».

Li conosceva?

«Bortolato  di  sfuggita,  l’avevo  sentito  parlare  in  qualche assemblea.

E Amarilli Caprio?

«Rimasi  di  stucco.  In  Università  l’avevo  notata,  eccome. Anche perché era una bellissima ragazza».

Hanno avuto nove anni.

«Però li hanno scontati tutti. Poi sono usciti con tutti gli onori. Bortolato venne accolto a Padova, nel suo bel centro sociale  con  uno  striscione: “Onore ai compagni arrestati, giustizia per i servi del capitale”».

Ora si è ritirato dal lavoro?

«Mica  tanto.  Dall’anno scorso  ho  la  pensione,  ma continuo a insegnare, a seguire  i  tesisti,  e  soprattutto  a scrivere».

La commovente lettera per sua moglie, morta per una paralisi  progressiva,  ha  fatto  il giro del mondo.

«L’ho scritta l’ultima notte in cui l’ho assistita, per le mie figlie e i nipoti».

L’ha messa sul suo sito.

«Sì perché lo leggono i miei nipoti, sparsi in tutto il mondo: Città del Capo, Los Angeles, Londra, Brasile, Inghilterra. Poi di quel post si è impadronito il circo mediatico ed è divenuto  virale:  250.000  visualizzazioni».

Il  suo  bersaglio  polemico: «la fine del lavoro».

«Mi  spiace  per  Rifkin  ma quella è proprio una fake news: nel 1977 c’erano 17 milioni di  italiani  al  lavoro,  dopo  40 anni  di  sviluppo  tecnologico accelerato erano 23».

Ma non sono fissi.

«La verità? Non manca tanto  il  lavoro,  quanto  l’intelligence  necessaria  per  trovarlo».

Lei dice che occorre l’intelligenza, la capacità di capire il mercato  per  poterlo  usare  a proprio vantaggio. «Non è utopia. Già oggi molti scelgono l’imprenditore».

Possibile?

«Quando delimitano  la zona, o il settore professionale, o le  dimensioni  dell’azienda,  o migrano  per  trovare  di  meglio. Che debbano poterlo fare tutti, è la Costituzione, articolo 4, a dirlo».

E invece?

«Se molti non possono farlo è in  parte perché  mancano i servizi di informazione e formazione mirata, in parte perché  il  nostro  Paese  respinge gli imprenditori stranieri».

La  rivoluzione  digitale  distrugge occupazione?

«Ne distrugge e ne crea. Oggi  senza innovazione  non sopravvive né l’impresa né il lavoro».

Ma l’innovazione crea esuberi.

«E nuove occasioni di lavoro. Ricordo le 900.000 lavandaie  italiane  che  lavoravano con  le  mani  nell’acqua  fredda». Fino a quando è arrivata la lavatrice,  negli  anni  Sessanta . «Non sono diventate barbone, ma operaie e dattilografe. Il  tasso  di  occupazione  femminile è cresciuto».

E il sindacato?

«Dovrebbe  essere  l’intelligenza collettiva che guida i lavoratori nella scommessa comune con il buon imprenditore sull’i nnovazione».

Non è così? «Qualche  volta sì,  qualche volta  no.  Prenda  la  Fiat,  e  la guerra a Marchionne. Se avesse vinto il No avremmo avuto un  manager  di  Stato.  Meglio?».

A che servono i sindacati?

«A distinguere i piani industriali buoni dalla fuffa. Da noi in molti casi non hanno saputo farlo. Per esempio nel caso di Alitalia. No ad Air France, sì alla cordata di capitani coraggiosi  dei  quali  nessuno  aveva mai fatto volare un aereo».

E poi?

«Bisogna  aprire  agli  stranieri. Per decenni ha prevalso una chiusura  bi-partisan. Da destra in nome dell’italianità delle imprese. Da sinistra per un rifiuto pregiudiziale verso le multinazionali. Nel 1986 abbiamo detto no a Ford in Alfa Romeo,  poi  nel 2000  a  AT&T in Telecom, ad Abn Ambro in Antonveneta,  ad  Abertis  in Autostrade…».

E oggi?

« L’entusiasmo per le nazionalizzazioni  accomuna  Fratelli d’Italia a Leu e a una parte del Pd. Penso all’Ilva, ad Alitalia, alla povera Cassa depositi e prestiti che deve prepararsi a fare quello che faceva la Gepi negli anni Ottanta».

Lei la chiama «reazione pavloviana.

 «È quello che accade in Italia ogni volta che un’impresa chiude. Come nel caso Whirlpool: si preferisce sempre, a priori,  tenerla  in  vita  con  la respirazione  bocca  a  bocca, piuttosto  che  garantire  ai  lavoratori sicurezza nella transizione al lavoro buono che si offre altrove».

Tradotto in parole povere?

«Anziché  cercare  il  lavoro buono che  c’è,  investendo  in servizi  efficaci  e  moderni  di orientamento  e  formazione, restare attaccati con le unghie e coi denti a quello cattivo, che è perso».

E qui si torna ai navigator.

«Nel Nord Europa i Job advisor hanno due o tre anni di formazione post laurea. Questi nostri sono ragazzi che del mercato del lavoro e dei servizi di orientamento sanno pochissimo».  

 Intervista a cura di Luca Telese