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La quarantena è cominciata con gesti di comunione: da Milano a Palermo i cittadini sui balconi cantavano insieme Fratelli d’Italia; da Parigi a Tolosa, ogni sera alle 20, i francesi inauguravano il...

Per me non è così facile parlare della contemporaneità per una semplice ragione, perché l’idea di contemporaneità è stata sempre presente nella mia vita letteraria. Ripensando al mio passato, negli...

Il Candido di Voltaire fu scritto tra luglio e dicembre del 1758 e pubblicato nel gennaio del 1759  contemporaneamente a Ginevra, Parigi e Amsterdam.  Quello stesso anno apparvero non meno di tre...

La quarantena è cominciata con gesti di comunione: da Milano a Palermo i cittadini sui balconi cantavano insieme Fratelli d’Italia; da Parigi a Tolosa, ogni sera alle 20, i francesi inauguravano il rito degli applausi a medici e infermieri. Forse per farci coraggio, abbiamo affrontato quella situazione inaudita con l’idea ottimista che il Covid-19 provocasse sì la riduzione delle libertà individuali, ma anche le condizioni di nuova uguaglianza — tutti a rischio, tutti confinati, tutti con le stesse possibilità di salvezza— e di fratellanza: i vicini che facevano la spesa per i più anziani, le chiacchiere tra sconosciuti salutandosi dalla finestra. Due mesi dopo, gli ideali di Liberté, Égalité, Fraternité che fissano il traguardo della società non solo francese sono traditi e calpestati, come e più di prima. Lo scrittore Édouard Louis (Il caso Eddy Bellegueule, Chi ha ucciso mio padre) e il sociologo e filosofo Didier Eribon (Riflessioni sulla questione gay, Ritorno a Reims) aggiornano per «la Lettura», via FaceTime ed email, il loro sguardo da sempre critico sulla realtà. Cresciuti in ambienti popolari di provincia (Amiens, Reims), nei loro libri hanno raccontato in modo straordinario il comune destino di «transfughi di classe», il rapporto tormentato con i genitori e le origini, e il rappresentare — con il loro percorso intellettuale — l’eccezione che conferma la regola di una società ingiusta, votata a riprodurre all’infinito antiche diseguaglianze e ripartizioni di ruoli. Quali riflessioni vi suggeriscono queste settimane di una situazione umana, politica e sociale senza precedenti?

ÉDOUARD LOUIS — Per prima cosa, penso che non dobbiamo mettere in quarantena anche il nostro immaginario politico. È vero, non siamo epidemiologi, non siamo esperti di Covid-19, ma neppure tra gli scienziati esiste un consenso assoluto. Quindi è bene mantenere una forma di interrogazione critica su quel che succede, anche se dall’inizio ci hanno chiesto subito di fare blocco, di riunirci nella Nazione. Bisognava stare tutti assieme, magari partecipando alla scene collettive come gli applausi ai medici. Certo, loro meritano i nostri ringraziamenti, ma l’anno scorso ho partecipato alle manifestazioni di piazza del personale medico contro i tagli agli ospedali, e ci siamo presi i lacrimogeni della polizia. Oggi, tra quelli che alle 20 si mettono ad applaudire i medici, ci sono magari anche elettori che hanno votato per Emmanuel Macron e i tagli agli ospedali. Se ci penso mi passa la voglia.

DIDIER ERIBON — La prima lezione politica della crisi sanitaria attuale è constatare a che punto le politiche neo-liberali di smantellamento dei servizi pubblici producono catastrofi. Da anni in Francia, ma anche in Italia, Spagna, Gran Bretagna, Stati Uniti, i governi di destra ma anche quelli che si presentano come di sinistra hanno compiuto tagli selvaggi alla sanità, agli ospedali pubblici, alla ricerca scientifica. Meno letti, meno medici e infermieri, mancato rinnovo degli stock di mascherine, gel disinfettanti, camici, farmaci... Per due anni il personale degli ospedali ha manifestato. Avvertiva: «Non siamo più in grado di assolvere alla nostra missione». Adesso l’epidemia è arrivata, e l’incubo è ancora più grave di quello che i medici avevano preannunciato: mancano letti, uomini e materiali, dai tamponi alle mascherine. Che cosa non va negli appelli all’unità nazionale?

ÉDOUARD LOUIS — L’idea che si debba costituire un unico popolo, una comunità, l’essere tutti insieme, storicamente è un discorso reazionario, contro i valori della sinistra e i progressi sociali. Ignora le differenze di sessualità, di genere, di etnia, di condizioni materiali... Se sei gay rischi che qualcuno ti spacchi la faccia per strada, se sei donna rischi di essere ammazzata da tuo marito. Questo accadeva già prima della pandemia. Adesso c’è una specie di ingiunzione alla sospensione della politica, chi osa dissentire, come ha fatto Giorgio Agamben, viene redarguito. Quando Macron usa l’espressione «siamo in guerra», evoca più o meno consapevolmente quei momenti storici in cui le guerre non erano metaforiche, e si chiedeva la sospensione di tutte le opposizioni: tra destra e sinistra, tra dominanti e dominati, tra oppressori e oppressi, in nome dell’appartenenza al popolo unito contro il nemico. In questo caso il nemico invisibile, il virus.

DIDIER ERIBON — L’epidemia non colpisce allo stesso modo tutte le categorie della popolazione. I rischi sono molto più elevati per le persone anziane, per quelli che hanno anche altre malattie come il diabete e l’obesità, e per i più poveri, perché il loro stato di salute complessivo li rende più fragili. I più poveri sono quelli che fanno i mestieri più duri, lavori precari, quelli che non possono curarsi perché non hanno copertura sanitaria (il modello sociale americano appare qui come il più orribile di tutti) o perché sono preoccupati dei costi... C’è un dato nascosto nelle cifre del Covid-19: è l’aumento della mortalità tra i poveri. Qual è il vostro giudizio sulla quarantena, per come è stata organizzata?

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Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di  fatto  la  libertà  e  l'eguaglianza  dei  cittadini,  impediscono  il  pieno  sviluppo  della  persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

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Da Ricerche filosofiche di Ludwig Wittgenstein

 

Ricerche filosofiche

Insomma, mi sento di dire che la  lettura orale, per chi ascolta, è meglio. Il motivo è semplice. Una parola letta ha un suono solo, che  corrisponde alla medietà dei suoi  significati. E che non sembra godere   di   una   propria   vita,   fissata   com’è alla prigionia della pagina e  alla sua forzata immobilità. Una  parola detta e ascoltata risulta ricca di interpretazioni possibili tanto più quanto maggiore è la bravura di chi, quella parola, pronuncia.  Non voglio esagerare e forse il mio  è l’entusiasmo del neofita, ma arrivo a dire che limitarsi a leggere un  libro, ovvero la “sola lettura”, è un  atto mancato: come se delle cantate di Bach si conoscessero solo gli  spartiti.